LAURA

IO E IL SIGNOR CUSHING

Pensieri su frammenti di vita

Sono Laura, una donna di quarant’anni che vuole provare a raccontare, forse semplicemente a sé

stessa, una parte della sua vita in cui d’improvviso il colore giallo è diventato grigio, la marmellata

veniva spalmata sul polistirolo, la soffice piuma si è trasformata in carta vetrata.

Alt! Niente di troppo drammatico, tutto sommato.

Inizia con la M e fa parte della vita.

Arriva inaspettatamente e può andar via.

Fa paura.

È la Malattia.

Era il 2020. Avevo trentasei anni. Era inverno. Improvvisamente sento un brivido caldo sul viso.

Rash.

Arriva con la sua Ferrari, il suo cappellino di stoffa, veloce, profumato.

Così l’ho sempre immaginato il signor Cushing omonimo del chirurgo statunitense pioniere della

neurochirurgia: il dottor Harvey Williams.

Si ferma, sceglie me. Con un salto si posiziona in quella che sarà la sua torretta di controllo: la mia

ipofisi.

Da quel momento, in silenzio, prende il comando dei miei ormoni stravolgendo la mia vita che era

di color giallo come il sole, dolce come la marmellata, leggera come la bianca piuma.

Fin da subito ordina ai suoi soldatini surreni il primo rilascio di Cortisolo.

“Dritto sul viso!” grida ad alta voce.

La mia faccia pian piano si arrossa, si gonfia, si spezzano le vene e “prende fuoco”.

Cominciano così gli incontri, per niente felici, con i primi specialisti: i dermatologi.

Il primo, abbassandomi la mascherina covid, con aria sconsolata e triste, afferma:

“Couperose, mi spiace!”. Mi dà una cremina e mi augura buona fortuna.

Intanto la cremina non ha alcun effetto e incontro, così, un altro dermatologo del capoluogo che

alla prima visita afferma di non aver mai visto un “caso così grave” a suo parere legato alla mia

celiachia.

Di colpo il giallo diventa grigio nel sentire queste parole e nel vedere quest’uomo esile, occhialuto

e di poca delicatezza che mi ha proposto delle sedute laser che per lunghe settimane mi hanno

lasciato il viso tumefatto come mi avessero preso a pugni. Ho sofferto, tanto, tantissimo, chiusa in

casa ed evitando gli specchi ma il viso era sempre infuocato.

Da quel momento per anni il sole sul meraviglioso mare della mia città diventava solo un ricordo, il

sole sul corpo un desiderio che non è mai andato via.

Quindi, in inverno le finestre sempre aperte, ventilatore portatile e pezze imbevute d’acqua sul

comodino. A volte quando mi guardavo allo specchio pensavo al film “The Mask”. Avrei voluto

avere quella maschera verde per coprire quel viso che non riconoscevo più ma soprattutto avere

quell’ironia, quei poteri da essa generati per essere forte e non scivolare in un vuoto dai contorni

sfumati e profondamente incerti.

Secondo ordine del signor Cushing: “Cortisolo dritto sul corpo!”.

Qui il bersaglio era troppo importante. Ha colpito proprio duro il dottore: uno tsunami impazzito.

Proverò a raccontarlo.

Non vi ho ancora scritto che sono una psicoterapeuta e so bene come psiche e corpo siano

profondamente legati tra loro proprio come due danzatori che non sempre riescono a muoversi in

modo coordinato, a ritmo di musica.

Sono sempre stata magra e longilinea, mediamente alta, capelli ricci, pelle olivastra.

Siciliana, del filone arabo e orgogliosa di esserlo.

Il secondo ordine ha trasformato il mio corpo generando in me una vera crisi d’identità.

Ho iniziato a prendere peso (pur mantenendo una dieta regolare), a perdere i capelli, a veder

comparire lividi sulle gambe (ecchimosi) e i peli sulle guance e sul collo (irsutismo). Le unghie si

spezzavano, il viso si gonfiava, la pressione arteriosa saliva… il mio corpo gridava aiuto.

In parallelo l’immagine di me stessa e la percezione di me nel mondo cambiava e ciò comportava

un disorientamento che metteva in discussione la mia stessa esistenza.

Credo di avere avuto delle vere crisi d’identità.

Dove era finita Laura?

Quella persona che vedevo allo specchio chi era?

Marta, Roberta, Simona…?

Questo mancato riconoscimento mi destabilizzava generando in me un’esplosiva rabbia che

riuscivo comunque ad affrontare “stridendo i denti” e aggrappandomi con tutta la forza a una

corda di cui non vedevo né l’inizio né la fine.

Quindi, facevo la doccia a luci spente per non guardare un corpo che non riconoscevo come il mio.

Compravo magliette 3XL per non vedere quelle linee irriconoscibili.

Al supermercato nascondevo le lacrime perché non potevo scegliere quei biscotti che tanto

desideravo.

Ho alternato in questi quattro lunghi anni periodi di drastiche diete alimentari a momenti di

ricercata normalità nell’assoluta inconsapevolezza della presenza del signor Cushing dentro di me

che non mi ha mai concesso, senza conseguenze, un biscotto, un cracker, uno yogurt…

Ed ecco che la marmellata si spalmava sul polistirolo quando più di qualcuno dall’incerta sensibilità

guardandomi esclamava sorridendo: “Oh Laura come sei cambiata!”, “Come sei grossa!”, “Scusa

ma non ti riconoscevo più!”.

Come potete immaginare dal suo centralino (la mia testa), dove partivano i comandi, si

scatenavano i dolori più forti: le emicranie (terzo ordine del signor Cushing).

Un dolore fisso, sordo, saliva dalla mandibola all’occhio fino al lobo sinistro del mio cervello.

Vomitavo fino a svenire. Ricordo come al risveglio, sdraiata sul letto, guardavo la luce che arrivava

dalla finestra. Osservavo fisso l’orologio a parete nella speranza che le lancette andassero avanti il

prima possibile per superare quel momento così difficile, sempre troppo lungo. A volte ho persino

desiderato di chiudere gli occhi nel sonno e non riaprirli più. Fortunatamente li ho sempre riaperti.

Di quei momenti in cui la soffice piuma lasciava spazio alla ruvidità della carta vetrata ricordo il

silenzio e l’inebriante profumo della mela gialla che mi accompagnavano in quelle giornate

particolarmente lunghe dandomi conforto, calore.

Inizio a riflettere sul concetto di tempo.

Personalmente intendo il tempo della malattia come il Kairos degli antichi greci perché la

sofferenza dà la possibilità di cogliere “il velato” ovvero l’immensa bellezza del quotidiano, della

normalità di cui spesso non siamo consapevoli. Ripeto a me stessa che negli ultimi quattro anni

che ho vissuto è accaduto qualcosa di estremamente importante: ho percepito la mia fragilità,

ovvero il senso della precarietà, intrisa anche di sensibilità, di condivisione, di amore.

Quarto ordine del signor Cushing: “Cortisolo dritto al cuore!”

Il mio cuore, come ascoltasse musica dance anni ‘80, comincia a battere sempre più velocemente

ed inizio ad avere difficoltà nel salire le scale, prendere il caffè, camminare. Rinuncio, così, a quel

“regalo” che mi concedevo quando potevo: camminare a passo veloce. Evito anche il caffè e il sale

che ho sempre amato.

Inizio una terapia farmacologica per contenere una pressione arteriosa che schizzava a 190 senza

alcuna spiegazione e mi imponeva di trascorrere lunghe giornate a letto senza lavorare ma

soprattutto senza darmi la possibilità di prendermi cura dei miei figli.

Quinto ordine del signor Cushing: “Cortisolo dritto sull’umore!”

Sono sempre stata una persona serena, pacata, tranquilla, felice.

Ho attraversato i percorsi e gli ostacoli della vita con la forza e il coraggio del leone e l’energia del

maratoneta che non ha paura delle salite anzi le aspetta per tirar fuori tutta la potenza necessaria

per giungere finalmente all’arrivo.

Così mi sono laureata in Psicologia Clinica e specializzata in Psicoterapia (con la mia prima figlia nel

pancione e poi nei suoi primi mesi di vita). Ho iniziato il percorso lavorativo da clinico in una

Comunità per minori vittime di abuso e maltrattamento dove per la prima volta ho toccato con

mano il dolore, la vera sofferenza psichica. Contemporaneamente ho intrapreso l’attività privata,

la mia vera passione.

Invasa da uno strabordante senso adrenalinico decido di partecipare a più concorsi per

l’insegnamento. Studio. Li supero.

Trascorro un anno in Lombardia con la mia bambina di tre anni e grazie al supporto della mia cara

sorella e della sua splendida famiglia conseguo il ruolo da insegnante.

Rientro in Sicilia e ricevo il dono di attendere il mio secondo figlio.

Nasce e matura in me il desiderio di coniugare il lavoro clinico con quello di docente. Quindi, altra

sfida: superare il concorso per il TFA sostegno. Studio, giorno e notte, a letto mentre allatto il mio

piccolino e cambio i suoi pannolini. Entro nella scuola di specializzazione di Palermo e con grande

entusiasmo inizio una nuova avventura formativa fatta di studio a qualsiasi ora del giorno e della

notte, di pullman presi all’alba e di rientri a casa dopo il tramonto.

Quindi, lezioni, unità di apprendimento, esami, tra vere acrobazie, lavoro, bambini… Tanta fatica e

tanta pazienza. Come un vero maratoneta sono sempre giunta all’arrivo col sudore in fronte, ma

sempre col sorriso.

A E I O U, adesso prova a ripeterle tu!

Intraprendendo la professione di insegnante di sostegno ho la possibilità di scoprire e accogliere

ogni giorno la spontaneità, la fiducia, la creatività, la fragilità e la forza dell’infanzia.

Sento fin da subito il bisogno di dar voce alla forza di un “non verbale” che grida e forse a ciò che

non sempre riusciamo ad ascoltare: tutti i bambini del mondo sono infinitamente speciali perché

speciali sono le caratteristiche che li rendono unici.

Questo rende chiaro a me stessa l’obiettivo del mio lavoro di insegnante di sostegno e

psicoterapeuta: far riconoscere e rendere visibili i bambini speciali superando stigmi e false

credenze.

Devo ammettere a me stessa che purtroppo il signor Cushing, prendendo come bersaglio il mio

umore, mi ha spesso tolto il sorriso facendomi scivolare in uno stato in cui nulla ha sapore, odore e

si è incapaci di respirare, pensare.

Sono molto cambiata con la malattia. Ricordo che durante la scuola di specializzazione in

Psicoterapia i miei professori criticavano la mia “incapacità a dire le cose” forse dovuta alla mia

paura di sbagliare, di far del male all’altro o a me stessa.

Fra gli ordini del signor Cushing c’è stato anche quello di allontanare questa incapacità. Ho

imparato, così, ad essere più sicura con me stessa e con gli altri. Oggi non ho alcuna resistenza ad

esprimere il mio pensiero anche nella consapevolezza della non condivisione o accettazione dello

stesso.

Sono ancora più determinata di prima: solo una piccola parte di me è “agnellino” tutto il resto è un

“lupo”.

Ricapitoliamo i bersagli:

• Viso

• Corpo/Identità

• Cervello

• Cuore

• Umore

Gli anni trascorrevano e i segni dei bersagli erano sempre più visibili. Il signor Cushing non era più

in ombra nella sua torretta. Inizia, così, prima privatamente e poi presso una struttura ospedaliera

del capoluogo il lungo percorso diagnostico di disvelamento fatto di esami clinici, test, risonanze

ma soprattutto di tanta ansia e stanchezza.

Tanti mesi per scoprire che tutto partiva proprio dalla torretta di controllo: la mia ipofisi, la più

importante ghiandola endocrina dell’organismo umano.

Il 29 febbraio 2024 arriva la diagnosi: Malattia di Cushing secondaria a microadenoma ipofisario di

4,5 mm.

L’emozione che ho provato ascoltando le parole dell’endocrinologo è la gioia. Pura gioia, perché

finalmente si dava un nome a quel colore “senza colore”, all’amaro, al ruvido.

Inizio fin da subito una terapia farmacologica con l’obiettivo di ridurre i comandi di rilascio del

cortisolo…ma niente, il signor Cushing continua ad alta voce ad ordinare ai suoi soldatini surreni

che vigili eseguono gli ordini invadendo il mio corpo di cortisolo. Quelle quattro pilloline al giorno

che prendevo, immaginandole come una tagliente spada, non servivano proprio a niente e la

sensazione di frustrazione mi invadeva lasciando al signor Cushing la posizione di capo della mia

vita.

È pomeriggio. Sono sola in casa. Sento l’intenso desiderio di incontrare il signor C.

Decido lo spazio del nostro incontro: una tela bianca che tingo di nero.

Immergo l’indice destro nella tempera e lentamente scrivo C…U…S…H…I…N…G.

Il nostro spazio, sfera del mio inconscio, si riempie di giallo, grigio, rosso, blu, verde.

Intravedo l’abbagliante luce del sole.

Percepisco la ruvidità della carta e il profumo della mela gialla.

Sento la rabbia, la gioia, la paura, la speranza.

Emergono pensieri, emozioni, ricordi, desideri che si scontrano e si abbracciano.

Con le mani tinte di colore afferro la tela e l’avvicino al mio viso. Osservo con attenzione.

Cerco la sua Ferrari, il suo berrettino di stoffa, il profumo della sua acqua di colonia.

Non lo trovo. Delusa ripeto a me stessa che non ha accettato il mio invito.

Lo aspetto. Succede qualcosa di straordinario.

La tela è adesso un limpido specchio che riflette fedele Laura con le sue fragilità e consapevolezze.

Con stupore ed imbarazzo prendo coscienza che il signor C. non è un’entità esterna che

prepotentemente domina la mia vita ma è l’essere me stessa in un tempo che scorre.

Ho da subito sentito in me la forza del leone e l’energia del maratoneta che mi hanno sempre

accompagnato nei percorsi della mia vita volti, in questa circostanza, ad eliminare per sempre la

malattia.

Così, grazie ad un uomo gentile e dai capelli brizzolati riesco ad avere il contatto di un

neurochirurgo dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano. Vengo inserita in lista d’attesa per

l’intervento chirurgico: asportazione del microadenoma ipofisario.

Aspetto con ansia per quasi tre mesi la chiamata di quella segretaria che con l’accento milanese, in

un tiepido pomeriggio, mi annuncia il pre-ricovero programmato per il 17 maggio.

Ed eccomi lì, finalmente, nelle sale dell’Istituto a monitorare i miei parametri, a visualizzare

tramite RMN la torretta di controllo, a fare colloqui con neurochirurghi e anestesisti dai volti

sereni e sorridenti.

La sala d’attesa era piena di “candidati”, come me, ad essere operati.

Nessuno parlava. Nessuno osava raccontare all’altro il motivo dell’essere lì in quel momento. C’era

un gran silenzio colmato solo dal “grido” degli sguardi che con pudore si incrociavano, dalle

lacrime che scendevano, dalle mani di mogli, mariti, padri, madri che stringevano quelle dei propri

cari, pazienti in attesa di ritrovare il proprio stato di salute.

In quel momento ho avvertito una grande fragilità, forse paura, che di colpo si è dissolta quando

un anestesista, dopo aver letto i referti di tutti gli esami fatti nel corso della mattinata, afferma:

“Promossa, presto faremo l’intervento!”. Vengo d’improvviso catapultata nel tempo agli anni

universitari: sento lo stesso fremito provato al termine di un esame. Questa volta, però, il suo esito

non corrisponde al voto sul libretto o ad una meritata pizza fra colleghi ma piuttosto alla mia

stessa esistenza.

In serata ricevo la chiamata per il 21 maggio.

Quella mattina il cielo era nuvoloso. Una sottile pioggia cadeva leggera come le mie lacrime intinte

di paura e gioia. Puntuale alle 08:30 arrivo in Istituto.

L’infermiera mi fa accomodare in quella che sarà la stanza del mio ricovero.

Sono le 09:00, devo aspettare le 12:00.

Mi sento serena, tranquilla, quelle tre ore scorrono velocemente.

Attendo con pazienza immaginando i volti, i pensieri, le emozioni di chi prima di me era sdraiato su

quello stesso letto.

Alle 12:00 arriva una donna, l’assistente socio-sanitario, che esclama:

“Forza signora! Tutta nuda, metta questo camice e queste calze, è il suo turno!”

“Arrivo subito!” rispondo. Sorrido.

L’emozione che sento coricandomi sulla barella è la gioia, quella stessa gioia mista al timore che

avevo provato circa tre mesi prima al momento della diagnosi.

In silenzio riesco solo ad ascoltare la mia emozione e le rotelle della barella che mi trascinano

verso la sala operatoria. Adesso sono io a sfrecciare sopra una scintillante Ferrari.

Questo momento fortemente immaginativo viene improvvisamente interrotto dalla voce di

un’operatrice che esclama:

“Non ho mai visto una paziente diretta in sala operatoria col sorriso”.

Mi iniettano l’anestetico. Chiudo gli occhi. Percepisco di perdere coscienza e mi abbandono con

piena fiducia alle braccia di quei giovani neurochirurghi esattamente come fa un neonato alle

calde braccia della sua mamma.

Mi risveglio. Sento tanto freddo. Ho brividi in tutto il corpo. Rifletto.

Nell’inverno 2020 il signor C. era arrivato dentro me generando un “brivido caldo” sul viso. Rush.

Nella primavera 2024 il signor C. va via facendomi sentire il brivido più freddo che abbia mai

provato.

Adesso sono qui, nei giorni della mia convalescenza a scrivere su frammenti della mia vita e ad

immaginare con forte desiderio un futuro in cui poter passeggiare sotto il sole, mangiare biscotti a

colazione, tuffarsi col bikini sott’acqua, dormire con le finestre chiuse d’inverno, non guardare

l’orologio per prendere le pillole, ma soprattutto in cui poter riconoscere Laura nel suo corpo e

nella sua psiche.

Restano presenti chiari segni e tracce mnestiche che non ho intenzione di rimuovere ma al

contrario evidenziare con “polvere d’oro” proprio come facevano alla fine del 1400 i ceramisti

giapponesi con la pratica del Kintsugi. Le linee di rottura sul corpo e sulla mia psiche prodotte dalla

malattia ed “evidenziate dalla gialla polvere” impreziosiscono così la mia personalità donandole

maggiore consapevolezza della vita stessa.

Nel mio presente, come un vero ginnasta degli anelli, tengo posizioni statiche e compio passaggi

dinamici volteggiando come una delicata piuma nello spazio.

Gli anelli, la leggerezza, la stabilità dinamica: la mia intera famiglia il cui abbraccio mi ha donato

sotto nuova luce il color giallo come il sole, la dolcezza della marmellata, la leggerezza della piuma.

In copertina:

L. R. G.,

“Cushing”, 2024, tempera su tela, 50×60

Dipinti su tempera realizzati da miei figli F. e M.